Ipertensione e montagna

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Ipertensione e montagna: amici o nemici?

Quante volte ti sei chiesto se ipertensione e montagna siano conciliabili? La vacanza rappresenta una forma di terapia dell’ipertensione. Certo, è bene stare lontani dalle situazioni estreme, affaticanti, quelle condizioni che sottopongono l’organismo (e, in particolare, l’apparato cardiovascolare) a un impegno gravoso.
L’iperteso può frequentare la montagna fino a 3000 metri solo se in terapia ed in uno buon stato di compenso. Salendo in quota anche la terapia antipertensiva può subire variazioni, dal momento che la risposta dell’organismo allo stress della quota, allo stress fisico, talvolta emotivo e al freddo portano ad un incremento della pressione arteriosa.
È bene limitare l’attività fisica nei primi giorni di soggiorno in montagna ed evitare gli sforzi nelle due ore seguenti i pasti o in condizioni climatiche non buone, ovvero con troppo freddo o troppo caldo. Occorre adottare un corretto stile di vita ed un’alimentazione sana quali idonee forme di prevenzione, controllando il peso corporeo, evitando il fumo e l’eccesso di alcolici.
Uno studio dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Istituto Auxologico Italiano, pubblicato sull’European Heart Journal, dimostra che la ridotta disponibilità di ossigeno in alta quota può causare un pericoloso aumento della pressione arteriosa nelle prime 24 ore, e che ad altitudini superiori ai 3.400 metri i comuni farmaci per la pressione alta smettono di essere efficaci.
La ricerca ha coinvolto un gruppo di volontari sani che normalmente vivono, lavorano e svolgono attività sportive a livello mare, con lo scopo di indagare gli effetti sulla pressione arteriosa e altri aspetti della funzione cardiorespiratoria dovuti all’esposizione acuta e prolungata alla ridotta disponibilità di ossigeno in alta quota. I risultati possono tuttavia essere di interesse anche per persone che, pur trovandosi a bassa quota, si trovino temporaneamente in ipossia, cioè privi di un adeguato apporto di ossigeno.
“Il nostro studio fornisce la prima dimostrazione sistematica che con l’aumentare della quota aumenta progressivamente e marcatamente la pressione arteriosa”, spiega Gianfranco Parati, coordinatore del progetto, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore del Laboratorio di Ricerche Cardiologiche dell’Istituto Auxologico Italiano. “Questo incremento avviene immediatamente al raggiungimento dell’alta quota, perdura durante l’esposizione prolungata all’alta quota ed è evidente durante tutto l’arco delle 24 ore, ma con un incremento maggiore nelle ore notturne, con conseguente attenuazione della fisiologica caduta notturna della pressione. La pressione si normalizza una volta ritornati al livello del mare. Inoltre, l’aumento della pressione sistolica al Campo Base dell’Everest è stato maggiore in persone di età superiore ai 50 anni rispetto ai soggetti più giovani”.

Di seguito gli articoli scientifici: